Non è scontato aprire il proprio atelier. L’incontro con Sara Bartolini diventa una riflessione sul senso di quel luogo privato.
Incontro Sara Bartolini alla gelateria La Baracchina di Pescia, dove lavora con la famiglia. Il laboratorio creativo si trova poco distante. Per la rubrica Visite d’atelier le chiedo di poter entrare nel suo studio. Spiego che il cuore di questa sezione è attraversare il luogo in cui nasce l’opera. Sara sceglie di non aprire quella porta. E proprio da questo rifiuto nasce la riflessione.
L’atelier non è uno spazio neutro. Non è una semplice stanza di lavoro. È un luogo intimo, dove convivono tentativi, errori, materiali accantonati, opere incompiute. Aprirlo significa esporsi. Significa mostrare il proprio spazio più personale, fatto di prove e ripensamenti. Non è scontato farlo. L’atelier è insieme memoria e possibilità: custodisce il passato dell’artista e prepara ciò che verrà. È uno spazio di libertà, dove si può correggere, distruggere, ricominciare. Uno spazio sottratto allo sguardo pubblico, dove il tempo non segue orari prestabiliti.


Con Sara la conversazione si allarga proprio su questo. È emotiva, partecipa con intensità al racconto. Nata a Pescia, si avvicina alla pittura fin da bambina. L’incontro decisivo è con il maestro Sirio Bocci. Sara è la sua unica allieva e lo segue in laboratorio, apprendendo il mestiere direttamente accanto a lui. Più volte ripete: “Dove dipingo oggi è sempre dove ho dipinto”. Un legame continuo con lo spazio e con l’origine del gesto.

Il maestro le diceva: “Prima o poi troverai il tuo modo di esprimerti”. Dopo il diploma in grafica pubblicitaria si dedica all’attività di famiglia, ma la pittura resta presente. I primi lavori sono figurativi: paesaggi e ritratti. Poi arriva una trasformazione, anche attraverso un viaggio che segna un passaggio personale.


È un nuovo inizio per "la Bartò". Dal figurativo passa definitivamente all’astrazione. Sperimenta prima l’olio, poi l’acrilico. Introduce la cera, che diventa elemento distintivo. Lavora su grandi formati, coinvolgendo il corpo nel processo creativo. A questa pratica dà un nome: “incarnismo”, unione tra corpo vivo e materia viva.
La pittura diventa anche performance. Sara realizza azioni pubbliche in cui dipinge entrando in relazione con chi osserva. Parla di vibrazioni, di energia condivisa. L’atelier resta il luogo della preparazione e della sedimentazione, ma l’opera può nascere anche fuori, nel contatto diretto con il pubblico.

Oggi espone in contesti nazionali e internazionali, alternando lavoro in studio e performance. L’atelier che non ho visto resta presente nel racconto. Forse è proprio questa scelta a ricordare che quel luogo, prima di essere visitato, deve poter restare mondo privato. https://www.bartoartofficial.com/
Anne-Claire Budin – © Pistoia.Valdinievole.News, riproduzione riservata – 3 marzo 2026