Valdinievole: c’è una coincidenza che merita attenzione, e non per devozione ma per lucidità.

Da una parte, la Pasqua — rito antico che parla di rinascita. Dall’altra, i trecento anni della Diocesi di Pescia che si avvicinano e che qualcuno, con metodo e visione, ha già deciso di preparare con un anno d’anticipo. Non è solo calendario. È, più semplicemente, un modo di stare al mondo.

Perché la differenza, alla fine, è tutta lì: tra chi celebra e chi costruisce.

Nella presentazione del cammino verso il 2027 si è intravista una cosa rara, da queste parti: la capacità di trasformare la memoria in progetto. Non un anniversario da spolverare all’occorrenza, ma un percorso da preparare, condividere, organizzare. Un tempo lungo, pensato per lasciare qualcosa. La Chiesa, che piaccia o meno, quando lavora seriamente su questi terreni, dimostra di sapere ancora cosa significhi pianificare.

E lo si può riconoscere anche senza fede. Anzi, forse proprio per questo.

Chi scrive non è credente. Non lo è mai stato davvero, al netto di qualche sacramento ricevuto per tradizione più che per convinzione. Ma il rispetto per chi lavora con serietà — nelle istituzioni religiose come in quelle civili — resta intatto. E qui il punto non è la religione. È il metodo.

Perché mentre qualcuno costruisce percorsi, altrove si assiste a un dibattito pubblico che somiglia sempre più a una disputa permanente. Referendum trasformati in bandiere, voti diretti piegati a logiche di schieramento, passerelle continue spacciate per partecipazione.

Mentre riaffiorano, con sorprendente disinvoltura, certi entusiasmi per la guerra, conviene ricordare una cosa sola: noi siamo stati liberati. Il problema, ottant’anni dopo, è capire da chi dovremmo farci liberare questa volta.

La politica in generale e quella locale in particolare, troppo spesso, hanno smarrito una cosa elementare: la capacità di progetto. E senza progetto, resta solo il rumore.

In questi anni abbiamo raccontato tutto. Senza filtri, senza protezioni, senza appartenenze. Cronaca aperta, a tutti. Anche quando — va detto — il senso di nausea non era difficile da dichiarare. Ma il punto non cambia. O meglio: non deve cambiare. Perché, parafrasando chi aveva il gusto della chiarezza, il nostro unico sponsor resta il lettore.

E il lettore, se è tale, distingue.

Distingue tra chi usa la memoria e chi la costruisce. Tra chi parla e chi prepara. Tra chi occupa spazio e chi prova a dare direzione.

E quindi, forse, la Pasqua può servire anche a questo: non come rito, ma come occasione. Non per credere, ma per capire.

E allora gli auguri, inevitabilmente, non possono essere convenzionali.

Auguri anarchici, dunque.

Per un anno di liberazione dai pregiudizi ideologici, dai tabù morali, dalle ipocrisie politiche. Auguri per liberarsi anche degli ultimi scampoli di religione quando diventa abitudine e non scelta consapevole. E, allo stesso tempo, rispetto pieno per ogni fede quando è vissuta con serietà e senza imposizioni.

Auguri, soprattutto, di curiosità.

Perché è la curiosità — non la fede, non l’ideologia, non l’appartenenza — che tiene in piedi le società vive. La curiosità di capire, di studiare, di mettere in discussione. La voglia di bere la vita fino all’ultimo sorso, senza accontentarsi delle versioni comode.

Se davvero la memoria può diventare progetto, allora serve questo: meno slogan, più visione. Meno appartenenze, più responsabilità.

Il resto, come sempre, seguirà. Oppure no. E in ogni caso, mancherà qualcuno con cui discuterne davvero.

Andrea Vitali

News Floraviva

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